BLOG TOUR: Tutto questo o nulla di Mari Thorn & Anne Went

Cari sognatori, dopo l’emozionante recensione della nostra Blogger Michy del romanzo di Mari Thorn & Anne Went, oggi andiamo a stuzzicare ancora di più la vostra curiosità con un suo bellissimo estratto!

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Non so cosa mi ha fatto riscuotere. Forse la voce, il passo, oppure il
profumo. Alzo la testa e mi trovo davanti la stessa donna che lo indossava
anche stamattina, nascosto dalle pieghe del serioso tailleur da consulente. In
questo momento invece, ha addosso un paio di calzoncini inguinali che le
lasciano completamente scoperte delle gambe da urlo e sopra una canotta
sbrindellata che le scivola sulla spalla, lasciandola maliziosamente scoperta.
«Guarda chi si vede. Piccolo il mondo, eh?»
La faccia di Lillian è un vero spettacolo e non riesco a non sogghignare.
Ovvio che non deve avermi riconosciuto appena è entrata o scommetto che
avrebbe fatto dietro front. Senza la camicia color fumo e il completo sobrio
del pomeriggio sfido chiunque a capire che sono la stessa persona. E non
solo perché sono in t-shirt, ma perché adesso sono ben visibili anche i
tatuaggi che fanno capolino oltre il bordo delle maniche e del collo. Lo shock
è passato e Lillian posa la sua cesta sulla panca.
«Più che piccolo direi claustrofobico. Immagino che lei non abbia un
gettone in più da dare proprio a me, vero?»
So di averne un altro, così frugo nella tasca e allungo la mano per
porgerglielo, senza alzarmi. Le nostre dita si sfiorano. Una specie di tensione,
simile a quelle scariche elettrostatiche tanto frequenti, mi attraversa le dita.
Magari è solo una reazione a questa nuova Lillian dai lunghi capelli sciolti
sulla spalla nuda. Se devo fare un confronto spassionato, Carrie è
notevolmente più bella, tuttavia Lillian ha quel qualcosa che m’intriga e che
deve avere a che fare con la sua perseveranza nel guardarmi come se fossi
uno scarafaggio sul muro, di quelli grossi e neri che fanno tanto schifo alle
donne.
Mi sale il desiderio di togliere quell’espressione dal suo visetto a cuore, e
sono modi tutti piacevoli e sporchi.
«Grazie.»
La risposta di Lillian era stata cortese, ma la sua testa era altrove. Era
successo di nuovo. Quella strana reazione provata nel toccare la mano di
38933051_1723325374387971_391499076622876672_nNoah, la stessa che aveva sentito scorrere sotto pelle poche ore prima
quando gli aveva stretto la mano nello studio. Forse era solo la suggestione
dovuta alla sorpresa di scoprire che quel tipo abitasse nel suo stesso palazzo,
forse era solo una stupida carica elettrostatica passata dalla lavatrice che
rumoreggiava alle sue spalle attraverso quel braccio tatuato. Solo le
inguaribili romantiche credevano nella teoria del contatto folgorante e lei
non aveva di questi retaggi sentimentali.
Lillian si sentì addosso lo sguardo di Noah. Lo sentì scorrere sulle gambe,
fermarsi sul bordo degli shorts, salire lungo la sua maglietta e indugiare sulla
spalla coperta solo dai suoi capelli. Noah la stava guardando con interesse e
la consapevolezza non riuscì a lasciarla indifferente. Le parole di Carrie, su di
lui e sul fatto che il sesso tra loro fosse assolutamente da guinness,
continuarono a rimbombarle nella testa.
«Le devo un favore.» Lillian continuò a stringere il gettone in mano. Le
sembrò che i suoi piedi non rispondessero ai comandi e continuassero a
restare bloccati dove erano, lasciandola in balia di quegli occhi ipnotici. Era
come una mosca imprigionata nella tela di un grosso ragno muscoloso e
sexy.
«E così abiti nel palazzo?» chiedo, appoggiandomi pigramente con la
schiena alla lavatrice che sta caricando. Lillian m’ignora e continua a infilare i
suoi panni nel cestello. Questa posizione mi regala una visuale notevole sul
suo didietro fasciato in quella scusa di pantaloncini. Non sembra affatto
contenta di vedermi e non ci vuole un genio per indovinare perché. Non le
deve capitare spesso qualcuno che la accusi di essere una ciarlatana. Insisto
e la sfido.
«Io sono qui da poco e devo ammettere che la sistemazione non mi faceva
impazzire, ma ora comincio a intravederne i vantaggi.» Il tono è forse un po’
troppo da maniaco sessuale e Lillian volta subito la testa. La sua occhiataccia
in teoria dovrebbe gelarmi e invece riesce solo a sembrare stuzzicante. La
sfotto. «Intravedo gli estremi per un notevole conflitto d’interessi. Una
professionista che accetta denaro da un suo paziente.»
«Tecnicamente non è denaro. Fuori da questa lavanderia non ha alcun
valore» ribatte, decisa a tenere a posto le mie mire. «E poi io non ho
pazienti, ma solo clienti. Non sono un medico, sono una consulente»
risponde con quella spocchia che mi manda in bestia. Di norma una così
l’avrei già piantata dov’è senza troppi scrupoli, e invece qualcosa mi frena.
Lillian mi piace. E non solo a livello fisico. Mi piace questo suo tenermi
testa. È la prima volta che mi succede ed è un piacevole diversivo nelle mie
abitudini con le donne.
«Io abito qui da tre anni ma ammetto che è la prima volta che scendo in
lavanderia.»
38015469_1703997322987443_888803770639581184_nLo spiega con l’aria infastidita, come se le desse noia anche parlarmi. Però
non se ne va. E la sua espressione vagamente compiaciuta non mi lascia
dubbi sul fatto che è ben cosciente dell’effetto che ha su di me.
«Che strana coincidenza vero?» commento ficcandomi le mani nelle tasche
della tuta per impedirmi di toccarla. Seguo divertito il suo sguardo quando
scende in basso e si accorge della reazione che sta provocando. Arrossisce,
ma non fa nessun accenno a muoversi.
«Credo che nella vita ci sia sempre un perché dietro a ciò che ci succede.
Era destino che ci incontrassimo, per ben due volte nello stesso giorno… e la
giornata non è ancora finita. Prevedo margini di miglioramento.»
Lillian continua ad arrossire, ma non è imbarazzo quello che vedo. È sfida,
competizione. Qualcosa che mi accende come non succedeva da tempo. Una
piccola parte di me rammenta l’esistenza di Carrie, ma l’altra, quella più vera
e sincera, mi ricorda che non ho mai fatto voto, né di obbedienza né di
fedeltà e sicuramente non di castità.
«Potresti sdebitarti invitandomi a bere qualcosa.» La sfido di nuovo.
Vediamo il tuo bluff, dottoressa.
Mi guarda. Dovrebbe dire di no, dopotutto sono sempre il partner di una
sua cliente e sa benissimo di non aver ricevuto questa richiesta per assolvere
a un’opera di misericordia. Dovrebbe, e invece si avvicina.
«Non credo tu abbia davvero sete…»
Ha accettato la sfida. Si avvicina ancora e scavalca le mie gambe allungate a
terra. È davanti a me. La mia sorpresa muta in un fulmineo interesse. Lillian
in piedi, le braccia rilasciate lungo i fianchi e lo sguardo verso il basso. Io a
terra, le braccia adagiate sugli addominali e lo sguardo attento. Può sentire il
mio alito caldo sulla pelle delle sue cosce.
38286833_1709390619114780_6517962181370183680_n«Credo piuttosto che sia fame…» rispondo mentre le tendo una mano che
lei prende e tira per farmi alzare. Ora il viso deciso di Lillian invade il mio
campo visivo. Il suo odore di femmina mi riempie le narici. Note suadenti di
Dancing Barefoot filtrano da chissà quale stereo in chissà quale piano, sopra
le nostre teste. Potrei approfittare di un invito così esplicito, ma che
divertimento ne ricaverei? Solo puro sesso fine a se stesso e per quello basta
una prostituta. Io non sono così. Delle donne voglio tutto. Sono il buco nero
che le vuole assorbire. Penetro sotto la loro pelle come un virus. Mi diffondo
in tutto il corpo fino ad annullarne la volontà.
Lillian però è troppo intelligente e cosciente per farsi attirare nella
trappola, troppo sicura di saper condurre il gioco per assecondare le mie
intenzioni. Mi intriga e devo ammettere che trovarla in questa lavanderia è
stato come evocare uno splendido sogno erotico.
«Sali da me…» sussurro roco contro il suo orecchio, con i leggeri capelli che
mi sfiorano le labbra.
Posso quasi sentire ogni cellula del suo corpo che grida “Sì!”. Quel remoto
barlume di ragionevolezza che continua a ripeterle che non mi conosce e
che accettare di salire a casa mia potrebbe rivelarsi pericoloso, se non fatale.
Invece Lillian sorride. Si concede. Forse se ne pentirà, ma in questo
momento non ha nessuna voglia di analizzare le conseguenze, segue solo il
pulsare sordo che c’è dentro di lei, il fiume caldo che sente scorrere verso il
suo inguine al solo immaginare la carezza calda delle mie labbra.
«La mia pizza si è freddata e sarà immangiabile…» replica lanciando
un’occhiata alla lavatrice che ancora vibra sotto la spinta della centrifuga.
Il movimento è evocativo. Lei sta pensando la stessa cosa, posso vederlo
dalle sue palpebre che si abbassano, lo sguardo che si vela.
«Ne hai ancora per molto del tuo lavoro da brava massaia?» mi chiede con
uno strano fremito che le allarga il respiro.
Potrei avvertirla che in questo gioco sono molto più ferrato di lei, tuttavia
vengo colpito dal sospetto che la consulente non sia così esperta in
seduzione come vuole darmi ad intendere. Percepisco un certo impaccio di
fondo, come se sentisse il bisogno di farlo, ma non sapesse padroneggiarne
la tecnica. Un segno di scarsa esperienza che non mi sfugge. Un mix di
ingenuità e voglia, che mi irrigidisce tanto da costringermi a cambiare
posizione per alleviare lo strazio dell’eccitazione repressa.
Il suono secco della lavatrice che termina il lavaggio attira la mia
attenzione. «Ho fatto. Dato che la tua ne ha ancora per parecchio torniamo
a prenderli più tardi.»
Decido io per lei, e le prendo la mano per tirarmela dietro. Non ho più
voglia di giocare e lei mi segue docile. Le porte dell’ascensore si chiudono
dietro di noi. La spingo contro gli specchi che lo tappezzano, stendo il
braccio vicino alla sua testa, così da renderle impossibile ogni movimento,
ma non la tocco. Osservo attraverso le pareti riflesse centinaia d’istantanee
di noi, immobili e tesi. Lillian ha il respiro accelerato e gli occhi accesi. I seni
piccoli ma sodi si ergono tra noi. Niente reggiseno, solo le piccole punte
aguzze ed eccitate che premono contro la stoffa. Le gambe, non lunghissime
ma snelle e sode sfiorano le mie, ondeggiando leggermente. Il nostro odore
che permea la cabina, il leggero movimento dell’ascensore che mi spinge
contro di lei. Le porte si aprono. La magia si blocca.

37367165_1687612841292558_9135062823439695872_nSeguì Noah. Per Lillian non sarebbe stata la prima volta in cui finiva a letto
con qualcuno già al primo appuntamento, ma quello non era un
appuntamento. E cos’era allora?
Qualcosa di nuovo. Un’occasione colta al volo. Una di quelle emozioni che
forse inconsciamente aspettava da tempo, come se fosse stata evocata dalle
sue stesse fantasie.
Mentre l’ascensore saliva Lillian si lasciò intossicare dal respiro di Noah, dal
desiderio di lui che le premeva contro le gambe. Aspettò le sue mani, pronta
a spingere il pulsante di ALT per dare sfogo a qualcosa che volevano
entrambi, ma pur avvolgendola con la sua presenza Noah non mosse un solo
dito su di lei. Quando le porte dell’ascensore si aprirono, lui si staccò e Lillian
quasi gemette per quell’attesa estenuante che si prolungava.
Palazzina A. Ottavo piano. Interno 31. Erano arrivati.
«Siediti pure se vuoi. Vino bianco, va bene?» le chiese Noah tirando fuori
uno Chardonnay dal grande frigo color argento.
Lillian restò per un attimo senza respiro. Cosa aveva in mente Noah? Aveva
cambiato idea o era solo una tattica per disorientarla? Dove era finita quella
sferzata di eros che era sicura avesse stordito anche lui solo pochi istanti
prima?
«Benissimo» rispose imponendosi di ignorare la tensione.
Si issò su uno degli sgabelli disposti lungo la penisola dell’angolo cottura e
si guardò intorno. L’appartamento era un clone del suo, eppure nulla li
faceva anche solo assomigliare tra loro. Noah aveva abbattuto qualche
parete e creato un unico ambiente che andava dalla cucina alla grande
finestra. In mezzo troneggiava un grosso divano, comodo ma non dimesso,
di un bel marrone tabacco. La libreria chiara riempiva la parete, spiccando
sul colore scuro del fondo.
Dove Lillian aveva tutto di un candido bianco lì dominavano invece il grigio
e il marrone, alternati sapientemente con il beige. I quadri erano pochissimi,
lei invece in casa ne aveva ovunque. E poi non c’erano fronzoli in giro, né
suppellettili sui mobili. Solo libri e dvd. Tutto l’insieme aveva un aspetto
maschile ma curato, e le diceva molto dell’uomo che le stava versando da
bere.
«Una ragazza che ho frequentato in passato faceva l’arredatrice d’interni»
spiegò Noah interpretando lo sguardo attento di Lillian. «Si è divertita come
una pazza ad arredare tutto e l’ho lasciata stare, tanto l’avrebbe fatto
comunque.» Lui le passò il bicchiere e la guardò. «Pensi di dirlo a Carrie? Un
gettone magari no, ma un invito a cena è sicuramente fuori dai rapporti tra
consulente e cliente.»
Lillian quasi sobbalzò. Non avrebbe mai pensato che sarebbe stato Noah a
tirare in ballo Carrie. Stava commettendo un errore perché si era permessa
di sottovalutarlo, mentre era da quando erano usciti dalla lavanderia che lui
continuava a sorprenderla.
Che cosa cercava da lei? Onestamente non riusciva a capirlo e questo
voleva dire che l’idea che si era fatta di lui era lontana dalla realtà. Un
brivido le corse lungo la schiena. Scherzare con lui poteva voler dire giocare
col fuoco?
«Un invito a cena potrebbe anche essere contemplato se fossimo qui per
parlare di voi due e del vostro rapporto. Ma siamo qui per questo Noah?»
chiese Lillian sorseggiando il vino.
«Questo dovresti chiederlo a te stessa. Ti ho già detto che non considero
quello con Carrie un rapporto esclusivo, anche se lo trovo molto
soddisfacente» precisò Noah.
«… e molto comodo» aggiunse lei con un sorriso gelido.
Lillian lo osservò ancora, cercando un appiglio che potesse guidarla oltre
quell’aria imbronciata da bello e dannato. Noah era consapevole di
quell’esame silenzioso ma non fece niente per nascondersi. Tutto in lui
sembrava dire: o ti piaccio così o non se ne fa niente.
«Se sono venuto al tuo studio è solo per farla contenta, ma dubito che ne
verrà mai fuori niente di buono. Mi scuserai se ho scarsa fiducia nella tua
categoria. Potete definirvi psichiatri, strizzacervelli, consulenti o qualsiasi
altra cosa vi piaccia, ma io preferisco avere il totale controllo sui miei
pensieri senza doverli sottoporre al vostro esame.»
Noah fece una pausa per sorseggiare il vino. Lillian seguì come ipnotizzata il
movimento del suo pomo d’Adamo, perché anche se quelle parole erano
risuonate gelide, il suo sguardo su di lei sembrava essere tornato quello
della lavanderia.
«Facciamo una prova, Lillian. Io sono un consulente di coppia e
casualmente ti incontro in una lavanderia condominiale. C’è attrazione fra
noi, forte, palpabile, ma io continuo a chiedermi se saresti disposta a
lasciarti andare a quelle sensazioni solo perché c’è un altro uomo di mezzo.
Tu come ti sentiresti?»
Qualcosa di particolare si stava svolgendo tra loro. Lillian lo sentì nelle ossa,
nel sangue che pompava furioso e caldo nelle vene, nell’eccitazione che le
fece tremare le mani. Quando rispose, la voce le uscì pigra e insoddisfatta.
«Non esiste una risposta assoluta se ci sono di mezzo delle persone. Un
triangolo non è mai una soluzione. Però se non conosci di persona l’altro
angolo puoi tentare di ignorare anche che esista. Se invece lo conosci, è più
difficile. Diventa una questione di priorità. Che cosa è più forte? Il legame tra
A e B o la forza che scorre tra B e C?»
27657193_1511999918853852_5204403007694000904_n«Piantala Lillian! Stiamo parlando di attrazione, non di geometrie» replicò
Noah, brusco. «Ecco, lo vedi? È questo che trovo assurdo del vostro
mestiere. Pensate di poter ricondurre la mente umana dentro confini precisi
e rispettabili. Eppure la testa e il cuore sono organi che se ne fregano delle
vostre teorie, e se anche venissero soggiogati, c’è qualcosa che non potrà
mai esserlo. Sì, brava, il sesso!» Noah scandì quella parola come se dovesse
usarla su di lei come un’arma. «Il sesso se ne frega delle teorie! Il mio cazzo
non resterà fermo e buono perché gli ordinerai di farlo e nemmeno la tua
fica resterà asciutta perché sei convinta di essere nel giusto.»
La volgarità di quelle parole era studiata e Lillian assorbì quell’attacco, se
ne nutrì. Adesso sì che lo riconosceva! Era questo l’uomo che aveva seguito
nell’ascensore e averlo stuzzicato lo aveva fatto affiorare di nuovo, a
dispetto della sua strategia. Lillian gli tese il bicchiere per avere altro vino,
cercando di non far tremare la mano.
«Hai già avuto a che fare con altri strizzacervelli, vero Noah? Non è solo
una presa di posizione la tua. Da come ne parli sembra una vera e propria
avversione.»
Noah annuì, ma poi le regalò un sorriso pigro. Aveva notato
quell’impercettibile fremito delle dita?
«Per me gli psichiatri fanno più danni di quanti ne aggiustino. Sono solo
chiacchiere. La decisione di superare le difficoltà può venire solo da noi
stessi e dalla nostra caparbietà, il resto è aria fritta che riempie le tasche di
quelli come te.»
La stava provocando di proposito e Lillian lo accettò. Le stava restituendo il
favore. Era pronta a ribattere e togliergli quell’aria saputa dal viso, ma notò
qualcosa nei suoi occhi, l’eco di un dolore profondo o un segreto
pudicamente celato dietro parole ciniche e offensive. Noah si riprese e le si
avvicinò oltre il bancone, la stessa grazia possente di una tigre.
«Del resto tutti dobbiamo pur campare di qualcosa, no? Però non sono io
che sfamerò la tua categoria, Lillian. A voi va bene una come Carrie. Lei è
quel tipo di donna che ha sempre bisogno di sentirsi giustificare in quello
che fa. Te l’ho già detto, la adoro. È piena di vita, sensuale, simpatica. Solo
vorrei che fosse meno sensibile a certe Sibille.»
«Carrie ha bisogno di essere rassicurata da qualcuno. Tu non lo fai e allora
ha cercato me.» Lillian si raddrizzò pronta ad affrontarlo. «Tu, Carrie, gli altri
clienti, siete tutti così! Non riuscite a dirvi in faccia quello che volete e
soprattutto a dirvi quello che non volete. Ma se può consolarti, c’è gente che
non riesce a farlo nemmeno dopo vent’anni di matrimonio.»
«E lo consideri un male?» le chiedo. Poi mi allontano e prendo a tirare fuori
le verdure dal frigo. Percepisco il suo sussulto a quella mossa imprevista.
Lillian non se lo aspetta. La disoriento. E resta in silenzio osservandomi
mentre inizio a tagliarle. «E per quale motivo poi ci deve essere una
comunanza d’intenti, di vita, di respiri? Perché non si può essere coppia
restando singoli? Scommetto che nel tuo lavoro hai sempre a che fare con
coppie simili, lei che si annulla per fare contento lui, lui che si snatura per
accontentare le piccole insicurezze di lei. Credono di essere liberi e invece si
possiedono. La verità è che le persone cercano conferme nell’essere una
coppia, io però non ne ho bisogno. Voglio Carrie, ma non voglio diventare la
sua metà. Io non sono di nessuno. Non sarò mai di una donna e non
pretendo che lei sia mia. Voglio essere solo me stesso e voglio che lo sia
anche lei.»
«Guarda che è esattamente quello che ho appena detto!» mi fa notare
Lillian alzando leggermente la voce.
Nascondo un sorrisetto. La dottoressa sta di nuovo perdendo la sua glaciale
compostezza e non ci sta a farsi zittire.
«Vedi Noah, tu non vuoi certe cose, e forse lo hai anche detto a Carrie, ma
lei non ti ascolta. Tu provi a farle capire il tuo punto di vista e lei chiude le
comunicazioni e s’illude che tu stia scherzando. E sai perché? Perché dei due
sei tu che puoi fare a meno di lei. Perché tu non hai bisogno di Carrie! Tu hai
bisogno solo di quello che lei ti fa provare. Se trovassi un’altra donna che ti
desse lo stesso coinvolgimento o ti desse perfino di più, la seguiresti senza
problemi.»
12718157_925355100851673_6732159362878441807_nLillian scende dallo sgabello e prende a girare per il soggiorno. Le serve una
pausa da questa nostra conversazione e scopro di averne bisogno anch’io,
così la ringrazio mentalmente mentre butto le verdure nella grande wok
dove diventeranno una ratatouille. Non sopporto il chiacchiericcio, né
mentre cucino, né durante il sesso, né in qualsiasi altra occasione. Le
chiacchiere sono solo un modo per riempire i vuoti, ma a me quel vuoto
piace, mi permette di pensare.
Le parole di Lillian però continuano a ronzarmi in testa come mosche
fastidiose, forse perché troppo vicine alla verità, quella che mi sforzo di
nascondere a tutti, perfino a Carrie.
«Sai cos’è la libertà Lillian?» le chiedo interrompendo il corso dei miei
pensieri. Lei si volta e mi guarda. Aspetta. «È qualcosa d’impalpabile.
Delicata come un uccellino eppure così forte. Ecco, quello che io voglio è la
libertà di essere me stesso, e chi vuole stare con me dovrebbe capirlo. La
vita è una sola e non la si può sprecare mettendo continui lacci al nostro
vero essere.»
L’odore delle verdure si diffonde nella stanza ma è lo sguardo di Lillian a
catturarmi. Abbasso il fuoco e mi avvicino a lei. Non indietreggia ma
percepisco il suo cambiamento. È in allerta. La imprigiono contro la libreria,
in una morsa virtuale da cui non può sfuggire se non facendo la figura della
vigliacca. Però non è una codarda, questo l’ho capito ormai e mi è ancora più
chiaro ora che sta accettando la sfida, sostenendo il mio sguardo senza
neanche battere le ciglia.
«Come ti senti ora Lillian? Potrei essere un maniaco, prenderti qui e
nessuno lo saprebbe. Non avresti alcuna libertà, nessuna possibilità di
muoverti, il tuo corpo non potrebbe niente. È terribile, vero? Non poter
controllare ciò che ci succede…» Sussurro contro il suo orecchio, proprio
come prima in ascensore.
«Perché lo fai? Perché cerchi di spaventarmi proprio quando cominci a
darmi qualcosa di te?»
La voce di Lillian è calda. Il suo respiro è speziato dal sapore del vino che
abbiamo appena bevuto. M’incalza. Vuole capire perché proprio lei. Forse
mi sto sbagliando, ma non si sente in pericolo. L’improvviso brivido di
tensione che ha provato quando l’ho bloccata si sta trasformando in
qualcosa di diverso. È tesa ma non spaventata.
Lillian fu di nuovo sommersa da quell’ondata di energia. Noah le era
addosso eppure non riusciva ad averne paura, anzi, ne percepiva la forza
contenuta, simile a quella delle belve che aspettavano immobili e silenziose
le loro prede. Restò immobile, incapace di muovere un solo muscolo, avvinta
da quell’attimo e dalla personalità dell’uomo che le stava davanti.
«La vera sfida è trovare chi è in grado di espandere la nostra libertà invece
di limitarla…» mormorò respirando contro di lui.
«E secondo te può succedere in una coppia?» Noah si tirò indietro quel
tanto da poterla fissare, gli occhi che sembravano volerle strappare la pelle
per capire cosa ci fosse sotto. «No, non ci credi neanche tu, Lillian. Prima o
poi uno dei due invaderà lo spazio dell’altro, che si adeguerà, e lentamente
inizierà a pensare nello stesso modo. Frequenterà gli stessi amici, lo seguirà
in posti che non gli interessano e fingerà di apprezzare eventi che lo
annoiano. Uno convesso, l’altro per forza concavo. Perché dovrei, Lillian?
Dammi anche un solo motivo plausibile e domani vado da Carrie con un
solitario.»
Lei inspirò a fondo, cercando di calmarsi. Il profumo di Noah la stava
avvolgendo, con la sua sola presenza le stava togliendo la capacità di
pensare in modo lucido.
«Cosa vuoi che ti dica, Noah, che la gente sta insieme per i motivi più
sbagliati? È così. Lo fa per non restare sola, per abitudine, per convenienza.
A volte addirittura tutte queste cose combaciano e quando succede ti
sembra di aver finalmente vinto la partita.»
Lillian cercò di ricorrere alle verità che ripeteva nel suo lavoro per non
perdere il controllo di se stessa.
«Siamo animali sociali, Noah. Non siamo fatti per stare da soli. Guardati!
Nemmeno tu sei solo. Scommetto che hai degli amici, dei colleghi, e poi hai
Carrie o la prossima che verrà al posto suo. Non puoi fare a meno di relazioni
umane. Però quelle femminili sono una complicazione per te, hanno tutte
quella visione contorta che ha ogni donna quando pensa a una coppia.»
Noah fece una smorfia e Lillian, senza volerlo, sorrise. «Credimi se ti dico che
Carrie vuole un solitario, una casetta con giardino e forse anche un bambino.
Vuole la vita che le hanno sempre fatto credere sia quella giusta per lei. Non
puoi dare a lei la colpa di non essere diversa!»
L’accusa di Lillian sembrò colpire nel segno. Noah lasciò ricadere le braccia,
staccandosi a malavoglia da lei. La stanza cadde di nuovo nel silenzio mentre
lui tornava ai fornelli. Stranamente a disagio per essersi ritrovata libera dalla
presenza fisica di Noah, Lillian lo seguì.
«Quello che vuole Carrie non esiste, Lillian. L’amore è solo qualcosa con cui
tutti si riempiono la bocca.»
«E lo dici a me che ci combatto tutti i giorni?» ribatté lei arrivandogli a
fianco e allungando la mano su un pezzetto di verdura che era saltato fuori
dalla padella. «Quello che non esiste è l’Amore con la A maiuscola. In realtà
ne esiste un altro, solo che non è fatto di cioccolatini e rose rosse e non
resta sempre uguale, perché siamo noi a non essere sempre gli stessi. A
diciotto anni, a trenta o a quaranta o a sessanta… Se cambiamo noi deve
cambiare anche l’amore e sai qual è l’errore? Quello di volergli dare
un’etichetta e un peso, perché l’amore è tutto tranne condizionamenti.
Anche tu per esempio…» Noah sollevò un sopracciglio e Lillian per tutta
risposta rubò un altro pezzetto di verdura. «Tu dici di non volere lacci che ti
costringano a essere quello che non sei, eppure se stai ancora insieme a
Carrie è perché c’è qualcosa che ti lega a lei. E non dirmi che è solo il sesso
fantastico, perché scommetto che non avresti problemi a trovarne altre di
pari livello se non superiore!»
Lo sguardo di Noah lampeggiò per un attimo, poi si lasciò sfuggire un
sorriso compiaciuto.
«Ok, le voglio bene e non l’ho mai nascosto, ma non sono e non sarò mai
innamorato» tagliò corto girandosi a versare le verdure nei piatti. «E adesso
basta. Non ti ho invitato a cena per una seduta di terapia personalizzata.»
Lillian fece una smorfia. No, non era per quello che l’aveva invitata a cena,
e non sapeva più cosa aspettarsi né da quella serata né da loro due. Prese i
piatti e li poggiò sulla penisola, Noah le andò dietro con bicchieri e posate.
«Come mai hai deciso di diventare consulente di coppia?» le chiese
mettendo in mezzo a loro i bicchieri e il vino rimasto. «Sembra che tu lo
faccia più per necessità che per vera passione. Dì la verità, ti piace solo
mostrarti in quelle tenute sexy da psichiatra e scatenare quelli come me…»
«Come no. Se ti piace il mio tailleur te lo presto» rispose Lillian infastidita
da quel tono, senza però raccogliere la provocazione.
«Non fingere di non capire. Sei mai andata a letto con un tuo paziente?»
Eccolo di nuovo il Noah insopportabile e deciso a stuzzicarla, ad offenderla
quasi.
«Secondo te? Ti sembra intelligente andare a letto con un tipo che sta
passando i guai con un’altra donna? No, non mi è mai successo.» Fino ad
oggi, pensò Lillian. «Però ho avuto qualche cliente notevole, quello sì, uno di
quelli che speri ti offrano un drink quando sei al bar con le amiche. In fin dei
conti sotto quel tailleur c’è una donna in carne e ossa, e quella donna cerca
un uomo. Non per tutta la vita, perché non mi do scadenze. M’importa solo
che sia sincero e che voglia davvero me, fino in fondo e senza scuse. Finché
dura.»
«Ti facevo più originale, consulente! In fondo sei come le altre. Bada che
non è una critica, è solo una constatazione.» Noah sogghignò e la guardò
quasi con disprezzo.
«Senti chi parla! Anch’io ti facevo meno incline ai pregiudizi e invece sei
anche tu il solito uomo pieno di sé! Non è voglia d’indipendenza la tua, è
arroganza.»
E di colpo per Lillian restare lì non ebbe più alcun senso. Il brivido che
l’aveva attraversata nella lavanderia si era appena spento davanti a quella
grezza ostentazione di superiorità. Se lei era come tutte le altre, Noah
poteva benissimo continuare a cenare da solo!
«Vista la mia poca originalità evito di rovinarti la cena. Ho appena scoperto
che ho da fare qualcosa di molto più emozionante che restare in tua
compagnia, come scendere a raccogliere il mio bucato.» Lillian si alzò e gli
dedicò un sorriso sarcastico. «Ti lascio un gettone nella buca delle lettere,
non sia mai che tu debba pensare che vado a scroccare lavaggi ai miei
clienti!»
Noah ignorò la sua aria indispettita e si limitò a scendere dallo sgabello per
poi seguirla fino alla porta d’ingresso dove si appoggiò comodamente allo
stipite.
«Dimostrami che non sei una donna come le altre ed io ti dimostrerò che
sono diverso da come credi».
La stava ancora sfidando! Perché, se la riteneva una come tante? Noah
restò a braccia incrociate e la seguì con lo sguardo finché lei non raggiunse la
porta dell’ascensore.
«Notte consulente… a presto!» aggiunse con un sorriso sornione.
Lillian non si voltò. Poteva sentire lo sguardo di Noah fisso sulla schiena e
pregò solo che l’ascensore arrivasse prima possibile. Quando le porte
finalmente si aprirono, s’infilò nella cabina e premette con forza il pulsante
della discesa. L’ultima immagine fu quella di Noah che richiudeva con calma
la porta del suo appartamento voltandole le spalle.
«Stronzo!» sibilò Lillian tra i denti.
Scese in lavanderia decisa a dimenticare l’ultima ora. Eppure a ogni piano
che la allontanava da Noah sentiva crescere qualcosa che la rendeva
insofferente. Quel momento speciale era passato. La passione aveva
bruciato per un istante, poi era implosa e sparita. Erano rimasti due estranei,
forse meno estranei di prima ma comunque distanti, due che non si
capivano e che non volevano nemmeno farlo.
Però perché tutto questo le dava fastidio? Dopotutto Noah era solo un
cliente, oltretutto completamente maldisposto verso di lei e la sua attività.
Di solito tipi così lei li liquidava con una scrollata di spalle per poi
dimenticarli. Invece Noah la innervosiva. Lillian si sentì in equilibrio su un
piano instabile, col rischio di scivolare senza sapere a quali appigli tenersi.
Ti dimostrerò che sono diverso da come credi.
Le ultime parole di Noah continuarono a tormentarla. Forse era proprio
quello il problema. Lillian avvertiva che lui era davvero diverso da tutti quelli
che erano entrati nel suo ufficio fino a quel momento e il fatto che per la
prima volta si fosse ritrovata a provare interesse per un suo cliente la
destabilizzava.
Come sarebbero andate le cose quella sera se Noah non fosse stato il
compagno di Carrie?
Se lo avesse incontrato in lavanderia senza conoscere niente di lui avrebbe
insistito per concretizzare gli sguardi che le aveva lanciato? Avrebbe tentato
di assaggiare quella bocca che sputava sentenze come se fosse un oracolo?
Avrebbe provato a seguire quei tatuaggi seminascosti dalla maglietta?
Inutile starci a rimuginare. Non era successo niente, né sarebbe mai
successo.


 

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