REVIEW PARTY: La guerra di Franci di Franci Rabinek Epstein

Cari sognatori, oggi tocchiamo con mano lo storia di Franci Rabinek Epstein, una giovane e coraggiosa donna sopravvissuta, grazie alla sua emozionante autobiografia edita Rizzoli!!!

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GENERE: autobiografia, storico
DATA DI USCITA: 19 gennaio 2021

Ebook / Cartaceo

Quando Hitler invade la Cecoslovacchia, nel marzo del 1939, Franci Rabinek ha diciannove anni. È una giovane donna passionale e inquieta, nata in una famiglia di ebrei non praticanti di Praga. Il padre è un ex ufficiale dell’esercito austriaco, la madre è proprietaria di un rinomato atelier di alta moda.
Nell’estate del ’42 Franci viene deportata insieme al marito e ai genitori nel ghetto di Terezín, la cittadella fortificata dove sono segregati trentacinquemila ebrei. È la prima tappa di un viaggio di tre anni, che passerà per l’inferno di Auschwitz-Birkenau – qui Franci si salverà grazie al suo incredibile sangue freddo, affermando di essere un’elettricista -, poi per il campo di lavoro di Amburgo e per il campo di concentramento di Bergen-Belsen. Nel 1945, la liberazione e il ritorno a casa. Un viaggio a cui, nonostante la degradazione e le umiliazioni, la pervasività del dolore e della morte, Franci sopravvive, per poi raccontare, con voce prodigiosamente lieve, la sua storia.
Rimasta chiusa in un cassetto per oltre cinquant’anni e pubblicata grazie alla figlia dell’autrice, la scrittrice e giornalista Helen Epstein, La guerra di Franci è una nuova testimonianza, pulsante e necessaria, del dramma di un’intera civiltà.

“La mia grande preoccupazione è che, conoscendo la natura umana, possa succedere di nuovo in altra forma e in circostanze diverse, in qualunque parte del mondo.”

Ho voluto cominciare dando voce a colei che è sopravvissuta, che ha scritto queste pagine, che ha vissuto sulla propria pelle l’orrore di non essere una persona, bensì un numero… tatuato sul braccio.

Quello che queste pagine raccontano è la testimonianza di una ragazza, che per il solo fatto di essere ebrea ha vissuto sei anni di ghetti, lager, fame, malattie, soprusi ed inerzia dettata dal mantenere la promessa di restare viva!

Ci troviamo in Cecoslovacchia, dove la sua famiglia benestante vede il franare degli eventi, non parliamo di religiosi anzi essi era legati a ciò che era il contesto tedesco dalla Prima Guerra, dove il padre aveva combattuto nell’esercito Austriaco ed era solito dire “Sono un cittadino cecoslovacco di nazionalità tedesca”, mentre la madre era vissuta sotto regole cristiane.
Francy è una ragazza spensierata, adagiata e un po’ viziosa nella sua vita acculturata e ben avviata, con un atelier di sua proprietà. La sua famiglia è rinomata per i loro capi prodotti, ma se in principio le voci che corrono sui piani di Hitler vengono presi come bluff propagandistico di poco conto, via via che passano gli anni le cose mutano ed iniziano le prime deportazioni… le prime di molte.

La guerra di Francy pone senza filtri o “pudore” la figura femminile delle ebree nei lager e campi di concentramento, di come non solo vi erano i rapporti tra loro, ma anche le differenze da una deportazione ad un’altra, sia in condizioni che in obblighi. Quello che pone fin dal principio è la veridicità in parte della deportazione per andare in campi di lavoro, infatti il suo primo diportamento è a Terezín, dove suo marito era stato “dislocato” tempo prima per la costruzione della ferrovia, quello che però sarà il suo primo macabro riscontro e che solo un componente per famiglia può restare lì, quindi si ritrova a dover dire addio ai suoi genitori.

“Perché sento l’esigenza di aggiungere la mia voce all’imponente coro di statistiche, dotte relazioni, indagini psicologiche, e più o meno riuscite versioni narrative o drammaturgiche già scritte? Non c’è una sola risposta, ma forse la mia prima e principale preoccupazione riguarda i miei figli e la loro generazione, che mi sembra inquieta quasi quanto lo ero io alla loro età…
…Può aiutarli a capire la diversità e il comportamento spesso enigmatico della bestia umana, oltre alla spaventosa forza corruttrice del potere concentrato nelle mani di pochi individui, che l’hanno usurpato con l’aiuto di un popolo indifferente, intimorito e scontento…”

Fin dal principio il racconto parte da un vissuto antecedente alle deportazioni, qui in particolare modo si conosce la vita della scrittrice fatta dai rapporti con i suoi amici, la vita lavorativa, il matrimonio, la sua famiglia, ma più di tutto il mutamento dell’animo verso gli ebrei ed un incessante, dilagante antisemitismo imposto dai tedeschi. Per chi ha visto Il Pianista nella sua prima parte riporta questi fatti, con vari scritti e testimonianze dove Francy attraverso questa sua biografia attesta e rimanda come a poco a poco ogni diritto e avere vi sia stato tolto alla sua famiglia. Lo stesso Atelier di loro proprietà per salvaguardarlo dalla requisizione dei tedeschi, si ritrovano costretti ad intestarlo ad una loro dipendente non ebrea, per non vederlo riformato. Più le misure si facevano stringenti e più si veniva considerati reietti, il solo essere possessori di oro o gioielli, l’avere un appartamento borghese altolocato si rischiava di ritrovarsi alla porta i tedeschi in mano con il foglio di via, questo portò lei e la sua famiglia a vari traslochi in ambienti più piccoli e modesti, senza contare i problemi economici per mantenersi e le limitazioni per i beni di prima necessità.

In molti modi le persone si sono ingegniate per salvaguardare i loro averi, agli occhi dei tedeschi erano ribelli che quando malauguratamente venivano scoperti, si ritrovavano arrestati su due piedi e sottoposti ad interrogatori pressanti attraverso varie tecniche di sedizione.
Joe, il marito di Francy per tutto il romanzo si ritroverà spesso a dover “pagare” i sotterfugi ribelli ideati sia prima della deportazione che dopo all’interno dei campi di concentramento. Quello che cercavano più di tutto inizialmente la fuga, poi un modo per rimanere informati, riuscire a nutrirsi adeguatamente, migliorare per quanto fosse possibile le loro condizioni di sopravvivenza. All’interno dei ghetti per poi passare ai campi vigeva un sistema di baratto fatto di piccole cose, ma vi era soprattutto una mansione per tutti, poiché quando non lavoravi eri destinato a essere deportato altrove, ma la stessa malattia prolungata portava a ciò. Le malattie erano dilaganti nelle condizioni in cui vivevano, malnutriti, stipati in casermoni sovrappopolati, le condizioni igieniche pressoché assenti, la carenza di vitamine ed il lavoro massacrante, tutto ciò ha portato a vere e proprie epidemie con ingenti morti. Soprattutto verso la fine della guerra dove a pochi passi vi erano gli alleati, ma che nel campo in cui erano stata mandata Francy è indescrivibile e orribile, dove gli stessi prigionieri si “vocifera” mangiassero i morti per sopravvivere.

Attraverso poi il viaggio delle deportazioni, ci troviamo a fare l’incontro di personaggi di spicco, nella storia dell’Olocausto di cui molte testimonianze vi troviamo traccia, ma anche di coloro che erano delle SS. Quello che più pone a fattore cardine è il mutamento che avviene in lei come nelle sue coetanee, alcune amiche datate, altre lo diventeranno nelle camerate. Mentre a Terezín, l’organizzazione diciamo era più distesa, poi con l’arrivo ad Auschwitz la mutazione è repentina, non scrivendo più in maniera diretta ma in terza persona, raccontando la vita di A-4116, questo pone a comprendere come la sua mente cercasse un distacco, ma che anche fosse sotto shock, per arrivare poi ad una forma di delirio, che porta a capire il malessere psicologico subito.
Attraverso le deportazioni compie come una sorta di cerchio partendo da Praga, subisce varie deportazioni fino poi a ritrovarsi ad Amburgo sotto i bombardamenti, per ritornare alla sua città dopo la guerra.

…l’itinerario che aveva percorso durante la Seconda guerra mondiale: Praga, Terezín, Auschwitz, Amburgo, BergenBelsen, Celle, e di nuovo Praga…”

Ogni tappa fatta è dettagliata e colpisce come all’interno di ogni campo ci fosse una sorta di scala gerarchica tra gli stessi prigionieri, da chi era la capa camerata, a chi dall’alto doveva scegliere chi doveva essere deportato altrove, infatti a causa dei continui arrivi di questi treni stipati di persone, altre venivano mandate via, il sistema lo si conosce, era partire dai più deboli, vecchi, malati, forza lavoro inutile. Come detto inizialmente a Terezín il clima era più disteso, si collaborava tra di loro, ci si sosteneva, vi era anche un sistema di adozioni per i poveri bambini rimasti orfani dove chi sceglieva di prendersi tale impegno si accettava ad accudirli ed a farli crescere nel ghetto. Quando poi invece si troverà ad Auschwitz tutto sarà diverso, gli stessi “rapporti” uomo/donna saranno quasi inesistenti, ma più di tutto ci sarà una sorta di arrivismo verso gli altri, chi è pronto a calpestarti pur di ingraziarsi le guardie, che anche queste variavano, dalle temute SS a quelle semplici o quelle alleate. Non mancavano mai i loro “fantasiosi” modi per torturati, il più pesante era quello psicologico in modo da piegarti totalmente, ciò comporterà non pochi problemi e fattori una volta terminata la guerra, i sopravvissuti saranno così cambiati da non essere i grado di avere più la vita di prima, la stessa protagonista una volta liberata rimanderà il ritorno a casa più volte. La persona che troviamo alla fine di questo ignobile incubo, sarà talmente cambiata e “cresciuta” da non riuscire più a conformarsi, ma ciò che più colpisce, come quelle persone rimaste nella sua città abbiamo un modo ritengo assurdo di parlare con lei, frasi fatte, luoghi comuni, un imbarazzo che dà fortemente fastidio solo leggerlo.

Struggente poi la parte finale dove la figlia racconta Francy del suo vissuto dopo essere emigrata in America, di come abbia ascoltato ed incontrato chi con sua madre aveva vissuto quegli orrori. Di come si sentisse soffocata da tutto ciò, lasciando questo libro celato per molto tempo, ma di cui ora ha voluto donarlo a noi perché venga detta la verità di come le donne hanno vissuto, di come Francy abbia passato quei sei lunghissimi anni e degli incontri che ha fatto della loro importanza. Tanto dicono queste pagine, che seppur poche restano scolpite nella mente, ti logorano dentro, ma di cui è giusto conoscerle, tramandare, insegnarle.

Una volta un dottore americano mi chiese, dopo avermi parlato dei danni irreparabili subiti dal mio sistema nervoso, se odiavo i tedeschi. No, non li odio, per il semplice motivo che l’odio è un sentimento che non posso permettermi, perché in ultima analisi porta a odiare se stessi. Non posso certo ritenere i tedeschi nati dopo il 1930 responsabili per quello che i loro genitori hanno fatto a me e alla mia famiglia, ma quelli più anziani mi mettono decisamente a disagio, come se avessero ancora le mani macchiate del sangue dei miei compagni uccisi.” 

Michy 
(Blogger Sognare)


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